7 maggio - 3 luglio 2016
Mostra fotografica. Ingresso libero.
Archivio di Stato di Reggio Emilia, Corso Cairoli n.6
Lunedì - Venerdì 9:30 - 14:30
Aperture straordinarie:
Sabato 7 maggio 16:30 - 20:00
Domenica 8 maggio 9:30 - 13:00
Sabato 2 luglio 16:30 - 20:00
Domenica 3 luglio 9:30 - 13:00
Per informazioni:
0522-451328
as-re@cultura.gov.it
CIRCUITO OFF: una ricca offerta espositiva
Il Circuito Off è la sezione libera e indipendente di Fotografia Europea che nasce dalla spontanea iniziativa delle persone. Dalla prima edizione del 2007 il circuito si è ampliato significativamente, arrivando a coinvolgere tutto il tessuto urbano grazie alla partecipazione di privati e istituzioni pubbliche che organizzano autonomamente mostre ed eventi nella provincia di Reggio Emilia.
Da qualche anno il circuito Off si è ampliato grazie alla rete: nella sezione Portfolio Online è possibile dare un personale contributo alle riflessioni sul tema dell’edizione con una mostra online, un portfolio di 5 immagini visitabile nella sezione dedicata del sito.
L’Off è certamente uno dei tratti distintivi della manifestazione. Grazie ad esso Fotografia Europea afferma sempre più la sua immagine di rassegna partecipata, capace di dialogare con i cittadini per sviluppare insieme a loro un percorso di valorizzazione dell’arte, della fotografia e degli spazi anche meno noti della città e della provincia.
Daniele Buraia: «1839 – 1899. I miei primi sessant'anni, la Fotografia»
Gruppi di famiglia da tramandare ai posteri, interni di una borghesia all’apogeo, lunghe pose in studio, reportage ante litteram, scorci di città che sarebbero diventate cartoline, ritratti austeri e commoventi, cappelli piumati, carte de visite, monumenti e rovine, squarci esotici, cerimonie e autorità, orientalismi freak, il portento del colore…
La fotografia nei primi decenni dalla sua invenzione – dagli anni ‘40 al termine del XIX secolo – compie balzi prodigiosi nella ridefinizione del mondo. E lo fa anche grazie a tecniche poi cadute in disuso dai nomi immaginifici: ferrotipo, albumina, stampa al carbone, woodburytipia, cianotipia, crystoleum. Come se il fotografo fosse un alchimista alle prese con la chimica, il tempo e le leggi segrete del creato.
La mostra “1839-1899, i miei primi sessant’anni, la Fotografia”, una delle maggiori attrazioni del circuito Off, è un viaggio in questa straordinaria evoluzione realizzato a partire dalla collezione del fotografo ferrarese Daniele Buraia.
Un allestimento di questo tipo testimonia dell’attrazione esercitata da queste immagini invecchiate dal tempo e circondate da quell’aura di cui scriveva Walter Benjamin. Esse evocano, al contempo, l’avventuroso “destino” di appassionati e collezionisti, pronti a passare al setaccio mercatini, solai, bauli alla ricerca di un nuovo pezzo, magari di un volto che ci guarda da un’epoca remota e che, nonostante la lontananza, racchiude ancora la vitalità e la presenza dell’attimo.
Il fulcro della mostra ruota intorno agli anni dell’Unità d’Italia, nei quali una borghesia in ascesa affidava all’obiettivo speranze e timori, ottimismo e turbamento. La bellezza formale di molti scatti, le qualità pittoriche, la finezza della messa in scena rendono uniche queste opere senza autore, memoria collettiva di più generazioni. Il contrasto tra la novità che la fotografia rappresentava nel momento in cui era stata scattata e il corso della storia che la distanzia da noi costituisce per lo spettatore di oggi un singolare motivo di fascino.
L’esposizione assume un interesse particolare per la sede che la ospita, lo storico palazzo dell’Archivio di Stato, un tesoro al centro della città. È un luogo dalla lunga vicenda iniziata prima del XVI secolo, proseguita con gli interventi dei Duchi d’Este, caratterizzata da successivi passaggi tra ordini ecclesiastici e commercianti ebraici. Un percorso nella storia in dialogo ideale con la grande varietà di immagini esposte.
«Sessant’anni sono una parte consistente di storia, soprattutto se pensiamo alla storia delle immagini, nella quale, a partire dai primi decenni del XIX secolo, si inserisce prepotentemente la fotografia.
Le espressioni dei personaggi che nei ritratti qui esposti, si tratti di figure note o anonime, vediamo posare pazientemente per il fotografo testimoniano di una consapevolezza e di una volontà precisa: quella di lasciare una traccia in una storia, di inserirsi nella stesura di un racconto, quello che noi, oggi, siamo qui a leggere.
La storia è quella della fotografia, certo, della sua evoluzione tecnica, del suo espandersi in territori sempre più vasti, del suo uscire dagli atelier per esplorare i monumenti, le città, per documentare paesi e culture sempre più lontani. Ecco allora che - anche grazie ai puntuali interventi del collezionista, che individua soggetti, autori e contesti di provenienza degli esemplari – ci ritroviamo coinvolti in un viaggio, un po’ come coloro che, nel secolo del Grand tour, percorrevano l’Europa spingendosi a volte fino all’oriente, vicino e lontano, per espandere la propria esperienza e conoscenza.
Un viaggio che prevedeva soste e capitoli di approfondimento, come qui accade per la città di Ferrara, e l’insistenza su alcuni specifici territori geografici e culturali, naturalmente l’Italia pre e immediatamente post-unitaria, della quale in quei decenni era tanto importante ridisegnare, anche attraverso la fotografia, il profilo soprattutto con la documentazione del patrimonio artistico e architettonico ma anche con la rappresentazione, lo vediamo nelle cartes de visite, dei suoi abitanti, che si tratti di esponenti della famiglia reale, di noti artisti (ma Adelaide Ristori, lo ricordiamo, ha segnato la storia d’Italia lavorando non solo sulla scena teatrale) o di contadine in costume tradizionale.
Ritroviamo, in questa mostra, la fotografia che dichiara le sue parentele con altre forme d’arte, che cita la pittura ma anche il teatro - basti notare i fondali dipinti utilizzati nei ritratti di studio - ma anche che rappresenta se stessa come scrittura peculiare, che marca territori di impiego specifico, come accade per il ritratto moltiplicato nelle composizioni in formato carte de visite.
Da questo percorso emerge dunque un quadro, una rappresentazione firmata da tanti ‘autori’: dai fotografi, sicuramente, dai soggetti rappresentati, che si collocavano sulla scena secondo il loro immaginario e la loro cultura, e ancora da chi quelle immagini le ha a suo tempo acquistate, per inserirle in raccolte e album dei quali oggi possiamo solo ipotizzare l’aspetto originario. Infine, da chi oggi ha composto questa raccolta e disegnato questa esposizione, regalando a questi oggetti nuovi ed inediti significati.»
Claudia Cavatorta
