Storia di Palazzo Carmi

Nell’area attualmente occupata da Palazzo Carmi, sede dell’Archivio di Stato dal 1969, sorgeva un tempo il Convento di Santo Spirito, edificato nel 1551 ai confini di quello che sarebbe poi divenuto il Ghetto. I frati, che avevano dovuto abbandonare la chiesa e il convento di borgo Porta Castello, demoliti in conseguenza delle opere di rafforzamento della cinta muraria volute dal duca Ercole II d’Este, ottennero di stabilire la loro nuova sede in questa zona della città, affidandosi per la progettazione all’architetto Pacchioni.

Il convento venne soppresso per decreto ducale il 28 marzo 1783 e già nell’agosto dello stesso anno si trovò al centro di un progetto finalizzato alla sua trasformazione in residenza governatoriale. La cosiddetta “fabbrica di Santo Spirito” ebbe tuttavia vita breve poiché quasi da subito si palesarono problemi di gravità tale da convincere le autorità ad abbandonare l’impresa, ritenuta troppo onerosa per le finanze pubbliche, e a cedere l’ex convento a privati.

Risale alla fine del 1783 la vendita all’ebreo Moisè Beniamino Foà, bibliotecario dei Duchi di Modena, della parte occidentale del fabbricato, seguita nel settembre del 1784 dalla cessione al cristiano Domenico Tognoli di ciò che rimaneva dell’edificio e della Chiesa. Nel 1821, nella Descrizione delle Case di Reggio, l’ex convento di Santo Spirito risultava ancora suddiviso tra gli eredi Foà e la vedova del Tognoli, Luigia Benassi, ma di lì a pochi anni la proprietà si sarebbe riunita nelle mani dell’imprenditore di origine ebraica Giuseppe Carmi che, nel 1838, acquisì il “casamento” che avrebbe poi preso il nome dalla sua famiglia.

Per acquistare le quote di edificio in mano ai nipoti della vedova Tognoli fu giocoforza chiedere una dispensa al Duca, che ne concesse la vendita a ebrei a condizione che la casa venisse da allora considerata a tutti gli effetti “parte del Ghetto” e che i venditori si facessero carico, a proprie spese, del trasferimento della cappella annessa all’ex convento. Ai Carmi fu imposto di allineare la facciata del nuovo fabbricato con via del Teatro, secondo il disegno dell’architetto Pietro Marchelli che, insieme a Luigi Croppi, si sarebbe poi occupato della progettazione del “vasto e maestoso” fabbricato destinato a sorgere in loco dell’ex convento, completato nel 1849. I progettisti mantennero in buona parte l’assetto originario dell’edificio, eretto “senza alcun risparmio e con ispesa vistosa et magnificenza” e di cui si può tuttora evincere l’origine claustrale per la presenza di tre cortili, in corrispondenza di quelli che un tempo erano i chiostri di Santo Spirito.

Alla morte di Giuseppe Carmi, nel 1863, il palazzo venne diviso tra i figli, sulla base di una perizia degli stessi architetti Croppi e Marchelli, coadiuvati per quanto concerneva i possessi di campagna dei Carmi, dall’ing. Catellani e, per i beni mobili, da un antiquario reggiano. Risale a questo periodo un dettagliato inventario del mobilio di palazzo Carmi, di grande interesse per ricostruire l’aspetto interno del palazzo. Sono con ogni probabilità successive a questa divisione le decorazioni a tempera che adornano i soffitti del piano nobile dell’edificio, attribuiti da Massimo Pirondini al pittore Casali Bassi. Qui le vivaci policromie di animali fantastici, paesaggini, maschere e trionfi di frutta sono accompagnati da una precisa architettura di finti fregi monocromi.

Alla fine del XIX secolo l’edificio cambiò proprietari: una parte di esso fu ceduta alla Provincia di Reggio Emilia, che nel 1894 la destinò a caserma dei Carabinieri, mentre nel 1898 le parti restanti furono vendute da Achille Carmi al possidente Giuseppe de’ Medici per la cifra, invero piuttosto modesta, di 38.000 lire. Nel 1907, alla morte del de’ Medici, il palazzo passò in mano al figlio Livio che, nel 1929, vendette quanto di sua proprietà al Fascio di Combattimento di Reggio Emilia che, fino al 1945, fece di Palazzo Carmi la propria sede. Durante questo periodo, ai confini tra i due cortili interni, venne edificato il salone dove si svolgevano le adunate del P.N.F. mentre, in uno degli scantinati del palazzo, venne ricavato uno dei tanti rifugi pubblici dislocati in varie aree della città.

Al termine della guerra, in applicazione del D.L.L. n. 159 del 29 luglio 1944, il fabbricato denominato “ex casa del Fascio di Reggio Emilia” venne preso in consegna dal Demanio. Nonostante l’interesse di vari Uffici statali a farne la propria sede, nel gennaio 1946 esso risultava già di fatto occupato dalla Federazione Provinciale Comunista di Reggio Emilia, dalla Camera del Lavoro, dall’Ufficio del Lavoro e dall’Alto Commissariato per le Sanzioni contro i Fascisti. Ad essi si aggiunsero, di lì a poco, il circolo Gramsci e la Tipografia Popolare, sempre legati al P.C.I., che occuparono la zona nord dell’edificio.

Si faceva intanto sempre più pressante l’esigenza di assegnare l’edificio a quegli uffici statali che stentavano a trovare gli spazi necessari per svolgere le proprie attività, tant’è che già nel 1951 nei documenti iniziano a comparire menzioni di un prossimo sfratto ai danni di chi, con titoli più o meno legittimi, occupava il palazzo. Frattanto, le condizioni del fabbricato continuavano a deteriorarsi al punto di rendere necessario, nel 1953 l’abbattimento di parte del palazzo. Infine, non senza polemiche cariche di implicazioni politiche, nell’autunno del 1954 P.C.I. e Circolo Gramsci vennero allontanati dall’edificio, che di lì a poco fu occupato dall'Ufficio Tecnico Erariale e dal Nuovo Catasto Edilizio Urbano. Si profilava però all’orizzonte l’idea di assegnarlo in maniera definitiva all’Intendenza di Finanza.

Risale infatti agli anni Sessanta il progetto di demolire completamente il palazzo e di costruire al suo posto un nuovo edificio in grado di accogliere tutti gli uffici finanziari del territorio. A bloccare tale progetto intervenne l’inaspettata assegnazione, nel 1969, di Palazzo Carmi al Ministero dell’Interno, che a sua volta lo destinò all’Archivio di Stato di Reggio Emilia, costretto in quegli anni a trasferirsi dalla pericolante sede di proprietà comunale che lo aveva fino ad allora ospitato. L’anno seguente Palazzo Carmi trovò dunque la propria destinazione definitiva quale sede per l’Archivio di Stato di Reggio Emilia e luogo dove viene custodita la memoria della città.

Negli anni seguenti il palazzo, che nel 1977 fu dichiarato di particolare interesse storico e artistico dalla Soprintendenza, fu oggetto di numerosi interventi di recupero che, tra le altre cose, portarono alla luce parte dell’originario apparato pittorico, ancora in parte nascosto da soffitti in cartongesso. Sul retro dell’edificio, dove un tempo si ergeva l’ala del palazzo demolita negli anni Cinquanta, è stata inoltre ricavata un’area cortiliva, progettata sulla base delle planimetrie disegnate dall’architetto Marchelli.



Ultimo aggiornamento: 21/05/2026